Professor Colizzi
immunitologo e patologo molecolare dell’università di Roma Tor vegata. 

IL CASO DELLE CENTINAIA DI BAMBINI CONTAGIATI DALL’ AIDS A BENGASI

Libia, fucilazione per i medici bulgari. Prodi: «Adesso intervenga Gheddafi»

E adesso non resta che sperare nel buon cuore del Colonnello. E’ andata male ai sei bulgari e al palestinese accusati di aver contagiato col virus dell’ Aids centinaia di bambini all’ ospedale di Bengasi: il tribunale libico ha condannato l’arabo e le cinque infermiere venute da Sofia alla fucilazione, mentre al dottore bulgaro sono stati comminati quattro anni di detenzione. Si è conclusa nel peggiore dei modi una vicenda cominciata nel 1998, quando vennero registrati i primi casi di Aids all’ ospedale pediatrico Al-Fatih di Bengasi. Ma la retata antibulgara scattò solo il 9 febbraio del ‘ 99: furono arrestati in 23. La maggioranza venne poi rilasciata, tranne sei. Contro di loro, solo un anno dopo, viene formalizzata l’accusa: aver perpetrato azioni sul territorio libico con l’obiettivo di minare la sicurezza dello Stato; aver provocato un’epidemia di Aids iniettando il virus a 393 bambini; aver commesso omicidio con l’ uso di sostanze letali come il virus dell’ Hiv. Il tutto condito dal sospetto, ventilato dallo stesso Muhammar Gheddafi, che ci si trovasse di fronte a un subdolo complotto anti-libico ordito da Cia e Mossad. Ma adesso è proprio in un atto di clemenza del Colonnello che spera l’Europa, che in questi anni si è spesa, Italia compresa, per tentare di strappare i bulgari alla loro sorte: «Farò di tutto per chiedere a Gheddafi di usare la sua autoritá nel proseguimento di questo caso», ha dichiarato il presidente della Commissione europea Romano Prodi, ricordando che «l’Unione Europea ha ripetuto tante volte la sua preoccupazione per la mancanza di prove forti sulle colpe degli imputati». E il Dipartimento di Stato americano ha definito «inaccettabile» la sentenza. Al processo aveva testimoniato anche un medico italiano, il professor Vittorio Colizzi, uno dei massimi studiosi europei dell’Aids e stretto collaboratore di Luc Montaigner, lo studioso francese scopritore del virus dell’ Hiv. «Abbiamo svolto un lavoro di identificazione virale sui bambini che erano stati condotti in Europa per essere curati – spiega il professore -. Attraverso il sequenziamento dei campioni, siamo stati in grado di stabilire che il virus con cui quei bambini erano stati contagiati era simile a quello da cui erano stati infettati altri bambini già prima che il gruppo di bulgari cominciasse a lavorare all’ ospedale di Bengasi. Questa era una prima prova che l’ infezione era presente già in un’ epoca precedente». Altro risultato rilevante è che «circa il 50 per cento dei bambini risultava affetto anche da epatite C, e alcuni presentavano anche diversi ceppi di virus contemporeamente. Un’ ulteriore indicazione che ci trovavamo di fronte a un’ epidemia “nosocomiale”, ossia di origine ospedaliera». Secondo Colizzi «l’infezione è passata da bambini a bambini, magari perché usavano lo stesso plasma per più pazienti o gli stessi strumenti sanitari. Inoltre ci sono anche due infermiere libiche infettate, una percentuale che corrisponde a quella di incidenza sui bambini in rapporto a quelli ricoverati: ed è impensabile che due infermiere si siano fatte contagiare nel quadro di un complotto senza accorgersene». Luigi Ippolito

Ippolito Luigi

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(7 maggio 2004) – Corriere della Sera